LA RINASCITA DI JO'BURG



Sudafrica, alla scoperta di una metropoli vibrante e ricca di sorprese. Che, nonostante il passato violento e il presente sospeso, val bene una visita.

Un mojito al tramonto nel bar sul tetto del 12 Decades, con musica lounge, arredamento minimale di divanetti bianchi e neri, ragazze in gonnelloni hippie e capelli fucsia. Se tra i palazzi non comparisse un angolo di panorama sull’altopiano brullo del Transvaal, parrebbe di stare a Chelsea, New York, con la sua geografia di antichi edifici industriali rinnovati e trasformati in gallerie d’arte, locali alla moda, mercatini.
Invece siamo nel cuore di Johannesburg, la megalopoli sudafricana nata sulle miniere d’oro e agonizzante durante il medioevo dell’apartheid, che ora lentamente guarisce e riscopre la gioia di vivere.
Meno amichevole e vibrante di Cape Town, ma intrigante da scrutare per i suoi contrasti geometrici di grattacieli e baraccopoli e le accecanti contraddizioni sociali, Johannesburg viene spesso schivata dagli itinerari turistici classici. A scoraggiare è soprattutto il tasso di criminalità tra i più elevati al mondo: la upper class bianca è fuggita dal centro verso le nuove periferie come Stanton, asserragliata in complessi di villette protetti da filo spinato e guardie armate, e molti grattacieli di Hillbrow, un tempo fulcro economico della città, sono ormai ghetti per emarginati, bianchi e neri senza distinzione. Lo ha documentato il fotografo sudafricano Guy Tillim nella sua famosa serie Jo’burg, che racconta il progressivo degrado degli edifici della city dopo la fine dell’apartheid, a causa di agenzie immobiliari corrotte che si intascavano il denaro destinato alla manutenzione dei palazzi.
Eppure Jo’burg o Jozi, così i locali chiamano la città, dai suoi 1700 metri d’altitudine conserva un certo fascino. Non fosse altro per la sua rilevanza economica (è sede della maggiore borsa d’Africa), e perché in vista dei Mondiali di calcio del 2010 alcuni imprenditori giovani e sognatori hanno cominciato a ridipingere lo spettrale centro città.



La tappa della domenica mattina è Arts on Main, nel quartiere di City & Suburb, un complesso di ex magazzini industriali inaugurato nel 2009 che si sta affermando come hub culturale e ludico: fra i primi ad accaparrarsi uno spazio qui è stato l’eclettico artista sudafricano William Kentridge, noto per i suoi cartoni animati disegnati a carboncino e ambientati nelle miniere di Jo’burg. Lo hanno imitato organizzazioni culturali come la Goodman Gallery e il Goethe Institut, e oggi le gallerie d’arte e le librerie fanno da scenografia a un mercatino dall’atmosfera ibrida tra il newyorchese Chelsea Market e Camden Town a Londra, con l’ingresso seminascosto al 268 di Fox Street. 



Abbigliamento vintage, gioielli, cosmetica naturale, musica jazz diffusa e il giardino interno dove giovani alternativi e famiglie di ogni colore pranzano sull’erba a hot dog e grandi piatti di carne e patate.
“Il centro era vuoto, abbandonato da vent’anni” fa notare Jonathan Liebmann, il trentenne inventore e magnate di questi spazi, “volevamo che la gente si riappropriasse della città”. E racconta che qui, entro il 2012, nascerà un museo del design made in Africa.
Passeggiando attorno agli edifici di Arts on Main, si scopre anche il teatro e cinema d’essai Bioscop e l’hotel di design 12 Decades, con un bar sul tetto dalla vista imperdibile, quasi come i suoi mojito a 37 rand, meno di 4 euro.
Attraversando il Nelson Mandela Bridge sospeso su cavi d’acciaio, e salendo verso nordovest nel quartiere di Milpark, si raggiunge il 44 Stanley, un altro recente complesso di relax, shopping e studi di design dall’architettura anni Trenta. Tra antiquariato, artigianato zulu e sofisticate decorazioni floreali, c’è anche la boutique dell’ex modella Anna Getaneh, bandiera nazionale della moda africana. Oltre a uno dei locali più esclusivi di Jo’burg, il Bliss, arredamento minimale in bianco con stampe d’epoca alle pareti e connessione wi-fi libera, dove si pasteggia a sushi (vero cibo-ossessione, in città) e vini rigorosamente sudafricani.
“Johannesburg desidera disperatamente tornare alla normalità” spiega la proprietaria trentenne, Katleho Tsoku, “riscoprire il piacere di uscire, anche la sera, abbandonando la paura del crimine. Durante l’apartheid io ero bambina: più della segregazione razziale (Katleho è coloured, mulatta: una categoria che in quegli anni stava un gradino sopra i neri ma non godeva degli stessi privilegi dei bianchi, ndr) ricordo gli anni di Mandela, quando tutti speravamo che il Sudafrica diventasse un Paese moderno, democratico, aperto. In parte è avvenuto, ma le disparità sociali sono tuttora enormi e il razzismo, da una parte e dall’altra, è ancora troppo diffuso per farci decollare davvero”.
E allora Johannesburg si inventa anche svaghi, una quotidianità più lieve che aiuti a superare un passato ancora troppo grave. E’ leggera e cosmopolita l’atmosfera che si respira il sabato mattina al Neighbourgoods Market di Braamfontein, inaugurato pochi mesi fa, il primo mercato del biologico in Sudafrica, filiazione dell’omonimo a Cape Town, trionfo di cibo e performance musicali e teatrali. Il sabato sera, invece, è interessante il movimento fra i ristoranti giapponesi, italiani, portoghesi e africani e i disco-pub di Melville, sulla 7th Street, frequentato da una middle class nera e giovane con una gran voglia di divertirsi. Così al Liquid Blue si beve sidro e si balla kuwaito, l’hip-hop locale, in una sala arredata come un salotto, e nessuno farà caso al colore della tua pelle.



Pochi passi più in là torna il silenzio dentro la libreria Book Dealers of Melville, una scelta ragionata di volumi usati fra arte, cinema e storia del Sudafrica. Già, perché ignorandone la storia, la Johannesburg di oggi e di domani non si decifra: ed è sempre d’aiuto una visita al Museo dell’Apartheid, con il suo avvincente percorso multimediale nel passato recente. Che rivela ogni retroscena della “città dell’oro”, suggerendo che qui la voglia di cambiare ha un significato diverso, forse più profondo, che altrove.

IL GHETTO DEI MIRACOLI






E’ - è forse lo resterà per sempre, nonostante l’incredibile evoluzione - il luogo simbolo dell’apartheid. Soweto, la township a sudovest di Johannesburg, nacque nel 1904 come ghetto per i neri che lavoravano nelle miniere d’oro: deportati qui con la forza, il 16 giugno 1976 furono i protagonisti della rivolta più importante nella storia cupa dell’apartheid. Oggi, di fronte alla statua di Hector Pieterson, il ragazzino che allora fu la prima vittima della polizia, sorge il centro commerciale Maponya Mall, e attorno ci sono i wine bar, le spa, i bed & breakfast, i ristorantini alla moda come il Wandie’s Place, i cinema, i turisti da tutto il mondo.

Soweto non fa più paura, è assolata e vivace come una città appena (ri)nata, e alle antiche baracche a schiera si sono affiancate le ville borghesi, come quelle piuttosto care della zona di Diepkloof. La gente guida belle macchine, l’upper class nera ama stare qui, ci abitano anche le star del football sudafricano, Winnie Mandela e Desmond Tutu, la musica kwaito risuona ovunque. Si organizzano persino tour guidati.

Da Africa, maggio-giugno 2012

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