sabato 4 giugno 2016

A GAZA, GLI AUTORITRATTI DI UNA DONNA SENZA VELO


La luce, obliqua e avara, filtra da una finestra troppo piccola, riuscendo a sfiorare appena gli oggetti sparsi per una stanza di tre metri per tre: una chitarra, ceste di frutta, una macchina da scrivere e una per cucire, disegni infantili appesi alla parete. E lei, la protagonista della scena dal volto semi-oscurato, posa con gesti morbidi nello spazio artificiale della prigione che s’è auto-inflitta per dimenticare quella vera, inespugnabile: la Striscia di Gaza.

L’artista palestinese Nidaa Badwan è nata ventinove anni fa ad Abu Dhabi ma da sempre abita qui, nella terra sigillata da Israele e dall’Egitto e soffocata dall’integralismo del partito islamico di Hamas. Un feroce oscurantismo che ha bandito la cultura, l’arte, la musica, i luoghi di ritrovo, spegnendo ogni speranza negli occhi dei giovani. «Ecco perché ho deciso di segregarmi per mesi nella mia camera» racconta Nidaa. «Non può esserci un prezzo per la libertà: noi veniamo al mondo già liberi. E se mi è negata, la costruirò nel mio spazio, per quanto angusto sia». 

lunedì 25 aprile 2016

CHERNOBYL, 30 ANNI DI SOLITUDINE


A poco più di trent’anni, Galina ha il volto invecchiato dal gelo, un’arcata di denti finti e tre noduli alla tiroide. Dei cinque figli che ha partorito, le sono rimasti solo Natalja e Dimitri: «Uno se n’è andato a sei mesi, due sono nati morti» sussurra. Le hanno detto che qui la radiazione è dappertutto, ma lei non la vede e pensa solo che altrove non avrebbe trovato una casa gratis e un campo da coltivare.
Esce in ciabatte sulla neve fresca per mostrarci il suo villaggio sperduto nel sudest della Bielorussia, provincia di Narovlja. Trenta anime, un’unica via senza alberi puntellata da case lugubri con finestre infrante e porte divelte. Il confine ucraino è poco più a sud; Chernobyl, a una trentina di chilometri, oltre i boschi infestati dai cinghiali e dalla radioattività.
Galina era piccola il 26 aprile del 1986, la data dell’apocalisse nucleare di cui ora ricorre il trentennale. E, in ogni età della sua vita, ha avuto problemi di salute: «Chissà se è colpa di Chernobyl. I medici hanno sempre detto di no».

lunedì 18 aprile 2016

SWAZILAND, LA BATTAGLIA DELLE DONNE

evidenza

Incontro con l'avvocatessa Lomcebo Dlamini, che si batte per l’uguaglianza di genere nel piccolo Stato africano dove il re poligamo sceglie ogni anno una moglie diversa tra 30.000 ragazze (e bambine) che danzano a seno nudo.
Lo Swaziland è uno Stato minuscolo (17mila chilometri quadrati, più o meno come il Lazio) incastonato dentro al Sudafrica, tra le poche monarchie assolute rimaste al mondo e l’unica del continente africano. Questo luogo paralizzato nel passato, dove un re poligamo dallo scettro dorato possiede palazzi e jet privati mentre la popolazione (circa un milione d’abitanti) vive per lo più sotto la soglia di povertà, ogni tanto fa notizia per un unico evento, un’esplosione d’esotismo spettacolare e terribile: l’ultima domenica d’agosto, il sovrano Mswati III sceglie l’ennesima sposa fra trentamila ragazze ( tra gli 8 e i 22 anni) che accorrono da lui per la cerimonia Umhlanga, o Danza delle Canne.
Sono giovanissime, persino bambine di cinque anni, che cantano e danzano a seno nudo nella speranza di entrare nella dimora reale dalla porta principale. E così, nei suoi trent’anni di regno che festeggerà il 25 aprile, il monarca ha collezionato già 15 mogli e 24 figli, ma difficilmente eguaglierà il padre Sobhuza II: lui di mogli ne aveva 70, di figli oltre duecento e il suo regno era durato oltre ottant’anni, incoronato quand’era in fasce.

venerdì 15 aprile 2016

QUANTO MALE CI HA FATTO CHERNOBYL?


Due trampolini intatti sulle macerie di una piscina circondata da orme di cinghiale. L’hotel Polissaya, la Casa della cultura, un ristorante dall’insegna solenne. Carcasse di una vita difficile da immaginare, adesso, tra i palazzi sventrati e il silenzio sinistro di Pripyat, la città fantasma che un tempo alloggiava gli addetti alla centrale nucleare di Chernobyl. I suoi 46mila abitanti furono evacuati su bus da turismo solo 35 ore dopo la catastrofe. Lasciarono scritto sulle porte di casa: «Visitatore, non rubare le nostre cose. Torneremo». 
Nessuno è più tornato.
Pripyat, nell’estremo nord dell’Ucraina, è il cuore della “zona morta”, il cimitero radioattivo di 30 chilometri attorno a Chernobyl. La notte tra venerdì 25 e sabato 26 aprile 1986, nel reattore numero 4 si svolge un test di sicurezza. All’1.23 un brusco aumento di potenza innesca una catena di esplosioni: il nocciolo del reattore fonde, le pareti si polverizzano, il rogo è indomabile. Le autorità sovietiche tacciono, mentre la nube radioattiva viaggia verso nord finché a Forsmark, in Svezia, il 28 aprile si captano livelli di radioattività doppi rispetto alla norma. La Tass, l’agenzia di stampa dell’Urss, è costretta a battere la notizia. Ai primi di maggio del 1986, il vento maligno sta spirando su mezza Europa, nord Italia compreso, fino a lambire Cina e Stati Uniti. 
È il più tragico incidente nella storia del nucleare civile, eguagliato solo dal disastro di Fukushima, in Giappone, nel 2011. Due inchieste lo attribuiranno a negligenze umane e ai difetti del vetusto reattore di tipo Rbmk.

lunedì 11 aprile 2016

«IL MIO FEMMINISMO 2.0»

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Conversazione con Laura Bates, giovane attivista inglese ideatrice del sito everydaysexism.com, che invita le donne a raccontare le discriminazioni subite. A oggi ha raccolto oltre 100mila testimonianze da tutto il mondo ed è considerata tra le 10 donne più potenti del Regno Unito.


Era fresca di laurea all’Università di Cambridge, lavorava come attrice soprattutto in spot pubblicitari e, per arrotondare, faceva la baby-sitter part-time. Poi un giorno, di colpo, la vita di Laura Bates s’è ribaltata e questa inglese nemmeno trentenne s’è trasformata in una portavoce tra le più autorevoli del nuovo femminismo digitale. “In realtà la mia idea era solo quella di aprire un piccolo sito web” ci racconta “per incoraggiare le donne a condividere esperienze di discriminazione sul lavoro, molestie per strada, abusi sessuali. Se avessero partecipato in 50, sarei stata più che soddisfatta”.
Invece, in quattro anni, senza sponsor e solo grazie al passaparola sui social network, il suo everydaysexism.com (“sessismo quotidiano”) è esploso come fenomeno globale. A oggi ha raccolto oltre 100mila testimonianze da 25 Paesi e 242mila follower su Twitter lo hanno eletto a spazio di una rinnovata battaglia per l’eguaglianza di genere che fa parlare le donne, senza vergogna, di ogni sorta di pregiudizio sessista che incontriamo sulla nostra strada: dal capufficio che ci chiama “bellezza”, ai fischi per strada, fino agli abusi fisici e sessuali.