IL MURO DEI ROM

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foto di Simona Ghizzoni / Contrasto


È alto tre metri e da ventisei anni separa gli zingari di Lamezia Terme dal resto della città. Sono in 600, ammucchiati in baracche fatiscenti. Italiani da generazioni. Ma tenuti a distanza. Più dei mafiosi.

Panni stesi su filo spinato. Rose finte che addolciscono davanzali con vista su furgoni ripieni di scaldabagni scassati. Fisarmoniche che gracchiano valzer da una radio. Madonne dipinte, facce di Padre Pio, carcasse d’auto, bombole di gas, cavi a penzoloni.
Nel labirinto della bidonville, le donne siedono sulle porte di plastica come stereotipi di vecchie meridionali affacciate in strada
, solo che qui la strada è un rivolo d’acqua continuo che amalgama fango e bucce di frutta. Arriva il terremoto. No, è un treno che sferraglia sopra di noi, sul terrapieno che separa container e baracche, uomini e animali, dallo sterrato fuori: una discarica rettilinea dove ora, al tramonto, il fumo nero si leva da sacchi, oggetti non identificabili e di certo non biodegradabili, copertoni da cui ricavare ferro, tubi in plastica azzurra da cui prendere rame. E i ratti spuntano rapidi dai buchi nella terra molle. «Io sono cresciuto qui, col muro in faccia» dice Luigi, italianissimo rom di 29 anni con fisico da atleta, la nostra guida in questo schifo che strema vista e olfatto.
Il muro che gli faceva da orizzonte è ciò che rende il campo rom di Lamezia Terme un caso unico: piccola e malvagia metafora dell’imbarazzo nazionale - a tratti solidale, giustizialista o inerte - verso gli zingari. La terza città della Calabria, che conta la comunità rom più numerosa a Sud di Napoli, l’idea l’ha avuta in tempi non sospetti. Di emergenza nomadi non si parlava, tanto meno del censimento-schedatura deciso dal ministro Maroni: era il 1982 e il Comune - anche allora amministrato dalla sinistra - sloggiava mille zingari baraccati sugli argini delle fiumare straripate per spostarli in località Scordovillo, incastrati tra ferrovia, centro città, ospedale. E subito sigillati da una muraglia alta tre metri, che qualcuno ogni tanto rinforza da fuori appoggiandoci cocci di bottiglia all’insù. L’unico ingresso è un minuto traforo: ghetto in piena regola, mai citato nelle statistiche sui rom in Italia.
Eppure Lamezia, con 70 mila abitanti, oggi ne conta 631 di cui 400 a Scordovillo. Più di Bologna, Genova, Bari e Palermo. Cittadini italiani, lametini da generazioni, per due terzi sotto i trent’anni: si chiamano Berlingieri, Bevilacqua e Amato, parlano il dialetto ostico del Catanzarese e raccolgono ferri vecchi per vivere. Pochi delinquono, in genere con il “cavallo di ritorno”: si ruba e si chiede il pizzo per restituire. Nessuno è manovale della ‘ndrangheta come accadeva invece a Cosenza, dove ormai gli zingari fanno cosca a sé. E una decina di giovani rom lametini svolgono il lavoro più pulito che c’è: raccolta differenziata dell’immondizia porta a porta, impiegati dalla cooperativa Ciarapanì che li ha censiti davvero.
«Maroni non sa quanto sia difficile» sorride Marina Galati, responsabile della cooperativa e autrice del libro Rom, cittadinanza di carta (ed. Rubbettino). «Siamo riusciti a contarli uno per uno grazie alla mediazione di rom che seguiamo da vent’anni. Per cambiare la loro mentalità bisogna coinvolgerli: se imponi decisioni dall’alto, ti sfuggono». Per esempio: da quando la Ciarapanì fa gestire a due rom il parcheggio dell’ospedale attiguo al ghetto, sono scomparsi i ragazzini che rubavano nelle auto, perché temono i loro compari onesti più delle forze dell’ordine. Secondo il procuratore della Repubblica Raffaele Mazzotta, i rom competono con la ‘ndrangheta e con le cave abusive nell’agenda dei buchi neri di Lamezia.
«La gente non si ribella al ghetto bensì al sindaco se propone di spostarli» allarga le braccia il primo cittadino Gianni Speranza, eletto coi Ds nel 2005 dopo i due scioglimenti del Comune per mafia. Il consiglio a maggioranza di centrodestra gli lega le mani «sulle decisioni banali, figuriamoci sui rom» ammette. «Ma una politica diversa dal ghetto provocherebbe l’insurrezione».
Così le graduatorie per le case popolari, che vedono in testa 80 zingari, sono bloccate da anni dai no di chi non li vuole vicini. Malcontenti fomentati – dice Speranza – da politici che ci costruiscono la carriera. Nel 2001, quando si pensò di sistemare alcuni rom in una palazzina confiscata alla potente cosca Torcasio, «il quartiere scese in piazza, ma perché invece non ha mai manifestato contro i mafiosi?» si chiede don Giacomo Panizza, coraggioso prete bresciano che da trent’anni, a Lamezia, anima la comunità “Progetto Sude alla fine la prese lui la palazzina, per ospitarvi disabili. Razzismo o no, i lametini tengono alla larga i rom ma si liberano dei rifiuti pericolosi e dei pneumatici d’auto gettandoli accanto al ghetto: la mazzetta agli zingari costa meno dello smaltimento regolare. E continuano anche ora che la procura ha sequestrato l’area, vietando di incendiare rifiuti e disponendo periodiche bonifiche.
«È anche una provocazione alle istituzioni per una soluzione rapida» spiega il procuratore. «Non è accaduto nulla». Di progetti per i rom, a Lamezia, si parla dal ’95, quando su un terreno confiscato alle cosche in contrada Carrà, la Regione stanzia 6,5 miliardi di lire per costruire 28 alloggi. Cori di no, ditte che si avvicendano senza terminare i lavori. E i fondi pubblici? «Per ora sono accantonati» risponde l’assessore alle Politiche sociali Elvira Falvo. Altri soldi arrivano nel 2004 dal ministero degli Interni: 2,5 milioni di euro, il Comune ne spende solo due terzi per trasformare un capannone in un centro di formazione per gli zingari che recuperano il ferro. «Peccato che loro non siano stati interpellati» osserva Marina Galati.
Senza prospettive di uscire dai container, i rom che non sopportano più il ghetto l’hanno occupata, la casa. Damiano per viverci con la moglie che non è rom. Massimo per crescerci il figlio Fiore: «In cinque anni nessuno ci ha cacciati» racconta nel suo assolato e lindo soggiorno al quinto piano senza ascensore. Ma al sindaco non risultano case occupate dai rom. È il quieto vivere. La serenità che solo un muro con i cocci di bottiglia può dare.

Pubblicato da Io Donna, luglio 2008.

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