SIAMO GIORNALISTI O ROMANZIERI?



Con (da sinistra) don Vinicio Albanesi, Marco Imarisio e Alessandro Leogrande.

“Ciao. E mi raccomando, non diventare una romanziera”. Mi ha salutata così, al caffè del dopo pranzo, don Vinicio Albanesi, protagonista di tante battaglie italiane per i diritti dei più deboli, compresa la ricerca di nuovi linguaggi per raccontare il disagio sociale. E’ lui che, dieci anni fa, ha promosso la nascita dell’agenzia di informazione Redattore Sociale, capostipite di tante esperienze di giornalismo sensibile e impegnato. Ed è sempre questo sacerdote marchigiano ad aver dato vita all’omonimo seminario annuale, nella sua Comunità di Capodarco su una splendida collina che guarda il mare di Porto San Giorgio.
C’ero andata per la prima volta nel 1999, con i compagni della scuola di giornalismo, per farmi venire qualche idea su come costruire la mia identità professionale

e cercare conferme alla mia tendenza verso quelle che allora venivano chiamate, con espressione orrenda, le marginalità sociali.
Quell’anno a Capodarco avevo trovato niente meno che Ryszard Kapuściński, un faro per tutti noi scribacchini di belle speranze che volevamo firmare reportage dal mondo e almeno una volta nella vita passare piano piano in macchina dentro una mandria di bufali nel Serengeti, solo per poterlo raccontare come aveva fatto il reporter polacco nel suo Ebano.
Ci sono tornata ora, da venerdì a domenica 2 dicembre, come relatrice. Invitata a tenere un seminario su come riconvertirsi da cronisti da carta stampata a giornalisti multimediali, insieme alla videomaker Claudia Amico, e a presentare il libro La mia ‘ndrangheta. Il fuori programma è stato invece trovarmi anche al tavolo dei relatori a rispondere alle domande difficilissime di don Vinicio Albanesi, nel convegno di sabato pomeriggio insieme ai colleghi Alessandro Leogrande e Marco Imarisio del Corriere della Sera.
E lì ho ripensato, di nuovo, a Kapuściński: indicato come un ibrido tra il giornalista e lo scrittore, che non sempre onestamente pasticcia fatti veri e fiction compiaciuta, accusato post mortem di inventarsi pezzi di reportage. In vita lui si difendeva ricordando che tutti i maggiori romanzieri dell’Ottocento erano anche validissimi reporter, e citava Goethe, Shelley, Čechov, i quali combinavano due fattori: “Uno è l’esperienza del viaggiatore, l’altro è la capacità di servirsi del linguaggio letterario e della tecnica creando un genere letterario a sé, che oggi in inglese noi chiamiamo non-fiction creativa”.

Con Stefano Trasatti, direttore di Redattore Sociale,
alla presentazione di La mia 'ndrangheta.

Don Vinicio Albanesi ha esordito proprio con il quesito ostico: “Siete stati giornalisti o romanzieri? Avete letto la realtà oppure l’avete interpretata?”. E secondo lui, in questo nostro eterno presente di connessioni permanenti (il titolo del seminario era appunto “Labirinto senza fili”), che ci avvolge nell’illusione un po’ ansiogena di stare in ogni istante in dialogo con il resto del mondo, il giornalista deve proprio fare lo sforzo di tornare quello che era per cromosoma: uno che la realtà la legge e la riporta, per permettere ai lettori di  leggerla a loro volta.
Secondo Marco Imarisio del Corriere, poiché “tutto è già visto e già letto, nel nostro essere sempre connessi dobbiamo dare di più e questo di più è te stesso, la tua partecipazione ai fatti con la tua sensibilità individuale”. Un metodo antico che, secondo il collega inviato, comprende per forza l’andare e l’ascoltare, il classico consumare la suola delle scarpe, e lo studiare quello che stai andando a raccontare. In altri termini: Twitter, Facebook e tutti i siti web della terra non basteranno mai all'informazione.
Io ho invece esordito sbandierando la mia coscienza pulita: di tentazioni romanzesche, finora, non ne ho avute. Per un semplice motivo: detesto l’ibridazione dei generi. Il giornalismo è giornalismo. La letteratura, per la quale nutro un rispetto quasi venerante, è un’altra cosa. E infatti mi guardo bene dal definirmi scrittrice anche se ho pubblicato un discreto numero di libri. Ma dubito che sarei in grado di domare la pagina bianca, se dovessi scrivere qualcosa che non aderisca totalmente alla realtà.
Non sono neppure una sociologa, tanto meno un’antropologa. C’è gente brava che riesce bene trasversalmente in vari campi, ma io continuo a nutrire per queste persone una sottile antipatia. Mi piacciono i tagli netti, le definizioni chiare. Certo, il racconto della realtà ai miei lettori deve essere godibile, ben scritto, magari evocativo. L’esercizio della scrittura è quanto di più doloroso e magnifico possa capitare in dote, ed è un peccato che spesso il mestiere ne guasti il piacere imponendo rapidità, livellamento e non-pensiero. Ma il romanzo no, vi prego.

Kapuściński diceva invece che questa ibridazione di reportage e romanzo alla lunga avrebbe salvato la narrativa dalla sua profonda crisi contemporanea. Ma lasciava aperta la domanda sui nuovi linguaggi da ricercare e perseguire, che è la vera sfida per chi voglia comunicare nell’attuale oceano di informazioni mischiate con la fuffa.
Kapuściński, per me, si colloca nel campo della letteratura: che poi abbia narrato fatti veri, forse è solo un accidente. Purché non abbia inventato. Ma questo, purtroppo, non credo lo sapremo mai.

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